Manuela Podda

LENÙ

Lenu' è Elena.

Questa mostra nasce dal desiderio di raccontare la sua storia e quella della sua famiglia. Elena ha sedici anni; la sua vita è tessuta di sguardi, silenzi e momenti di amore condiviso.

Elena convive con la sindrome di Leigh, una malattia rara che la accompagna fin dalla nascita e richiede il supporto costante della rete di cure palliative pediatriche. Ma la sua storia è molto più di una diagnosi.

All'inizio cercavo soltanto di restarle accanto attraverso la fotografia. Volevo mostrare ciò che si percepisce quando la si osserva davvero...

Fotografare Elena significa fermarsi, rallentare il ritmo e imparare a guardare con attenzione ciò che solitamente sfugge. È riconoscere la bellezza dentro dettagli spesso ignorati e accogliere l'intensità delle relazioni: il legame con la sua famiglia, la rete di cura che la circonda, i gesti d'affetto quotidiani. Ogni immagine diventa una traccia di questo mondo, un frammento che porta con sé peso e leggerezza insieme.

Io voglio bene a Elena. Ogni scatto è stato un modo per starle vicino, custodire la sua presenza e condividerla con chi non la conosce. Dentro queste fotografie vive l'intimità di un incontro che continua a trasformarmi.

Lenu' è quindi un invito a fermarsi un attimo, in questo spazio silenzioso fatto di sguardi e di presenze che quasi si possono toccare.

È la storia sussurrata di una ragazza, Elena, e della sua famiglia, e ci pone una domanda, dolcemente: cosa vedo, davvero, quando i miei occhi incontrano i tuoi?

Se avrai il coraggio di incrociare lo sguardo di Elena, forse scoprirai che c'è sempre qualcosa di inatteso. E che la vita, anche quando la sua bellezza è così fragile da far male, resta incredibilmente piena e vera.

Manuela Podda

LENÙ NEL MONDO DELLA FOTOGRAFIA

Scrivere del lavoro di Manuela Podda vuole dire addentrarci insieme in due ferite della fotografia stessa.

Alla prima era dedicato uno dei più famosi testi fotografici del secolo scorso, «Sulla fotografia» di Susan Sontag. Come fotografare il dolore degli altri senza usarlo? Quando si fotografano storie legate alla malattia, la relazione tra reportage sociale e arte diventa delicata. Il reportage nasce per raccontare e informare, l'arte invece sceglie una forma per creare un'esperienza estetica. Il rischio è che, in questo passaggio, la malattia diventi immagine, che il dolore diventi solo qualcosa da rendere bello, qualcosa che guardiamo con piacere.

La seconda ferita è emersa in questo secolo, e sta avendo un impatto molto potente su tutta la fotografia sociale del mondo occidentale: oggi è sempre più difficile accettare immagini che non funzionino come pubblicità, che non rassicurino, che non producano consenso. Un lavoro come quello che stiamo per vedere, chiede invece un altro tipo di sguardo: non quello che consuma l'immagine, non quello che se ne intrattiene emotivamente, ma quello che accetta di assumersi una responsabilità davanti a ciò che vede. Una responsabilità che coinvolge contemporaneamente chi fotografa, chi è fotografato e chi guarda, creando un legame stretto tra loro, come auspicato nel «Civil contract of photography» di Ariella Azoulay.

Il lavoro di Manuela Podda si muove tra queste due ferite. Fotografare Elena, una bambina affetta dalla sindrome di Leigh, significa stare in un equilibrio fragile e accettare che non esistono immagini risolutive. Grazie a Manuela, siamo diventati testimoni silenziosi del piccolo grande mondo di Elena. Non è la malattia a essere messa in scena, ma una vita che la attraversa. Manuela sottrae la fotografia alla retorica del «tema sociale» e la restituisce a una dimensione etica e formale insieme, dove la bellezza è conseguenza di un rispetto profondo per gli esseri umani e le loro vite. Ciò che emerge è una relazione: il tempo condiviso, la prossimità, la possibilità di restare. La fotografia diventa un atto di presenza più che di rappresentazione. Lo sguardo fotografico insiste sulle mani e sugli occhi di Elena, non indietreggia ma silenzioso continua ad avvicinarla. Investiga i dettagli delle relazioni che lei vive giornalmente: così vediamo mani che sostengono senza stringere, corpi che si affidano, sguardi sospesi come respiri.

Guardare queste fotografie significa, sopra ogni cosa, restare in quella relazione.

Nausicaa Giulia Bianchi

© Stefano Raineri

La Musica InVita il tuo sguardo

Nell'iniziare questa composizione, mi sono chiesto più volte in che modo la musica possa sostenere anche la sofferenza.

Allora ho pensato all'insegnamento dei filosofi del passato, grandi maestri quali Nietzsche e Schopenhauer, i quali affermavano che senza la musica la vita sarebbe un errore e che la musica è in grado di attingere l'essenza più profonda delle cose, al di là dei limiti della ragione, ci eleva al di sopra della volontà di vivere e del dolore che ne deriva riuscendo a trascendere la realtà, facendoci contemplare l'essenza stessa dell'esistenza.

Il mio dono allora accompagna il cammino di Elena, come quello dei bambini e ragazzi che rappresenta, in un viaggio musicale verso la «Vita» che penetra il buio dolore della malattia, la profondità della riflessione, della ricerca e consapevolezza, la luce dell'amore, della solidarietà, della speranza.

Ho pensato appunto la composizione come una melodia che rimane la stessa, ma allo stesso tempo varia in tre momenti rappresentanti simbolicamente lo sconcerto, la consapevolezza e la speranza; la melodia scorre come sfondo sempre uguale se sappiamo coglierla, ma ora è travolta, ora è partecipe dei mutamenti che la coinvolgono, così come la vita nella quale l'essere umano ora subisce, ora reagisce, ora si eleva.

La Musica vuole invitarvi ad uno sguardo capace appunto di vedere la Vita che traspare da ogni immagine della mostra, oltre ogni pietismo, oltre ogni paradigma creato dai nostri schemi mentali; è la profondità dello sguardo che può fare la differenza affinché la vita di tutti noi abbia un senso.